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L'esperimento del buon samaritano: cosa ci fa la fretta

Alessio Mollica · · 6 minuti di lettura

Nell'esperimento del buon samaritano, pubblicato nel 1973 da John Darley e Daniel Batson, 40 studenti del seminario teologico di Princeton dovevano andare a piedi nell'edificio accanto per tenere un breve discorso. Lungo la strada trovavano un uomo accasciato che tossiva e gemeva. Tra chi aveva poca fretta ha offerto aiuto il 63%, tra chi ne aveva tanta il 10%. E non ha fatto una differenza significativa che stessero andando a parlare proprio del buon samaritano. Ma la lezione non è che la fretta ci renda cattivi: per gli autori era un conflitto, non indifferenza. La fretta restringe quello che vediamo.

In breve
  • Nel 1973 Darley e Batson osservarono 40 studenti di teologia che, andando a tenere un discorso, incontravano un uomo in difficoltà.
  • Ha offerto aiuto il 63% di chi aveva poca fretta, il 45% di chi ne aveva una media, il 10% di chi ne aveva tanta.
  • Parlare del buon samaritano o dei lavori dei seminaristi non ha cambiato i risultati in modo significativo.
  • Per gli autori non era indifferenza ma un conflitto: qualcuno contava su di loro. Uno studio del 1978 lo conferma da un'altra angolazione.

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Com’era fatto l’esperimento del buon samaritano?

Il titolo originale dello studio è «From Jerusalem to Jericho», la strada della parabola: un uomo derubato e ferito, un sacerdote e un levita che passano oltre, un samaritano che si ferma. Darley e Batson, due psicologi dell’Università di Princeton, volevano capire cosa decide se ci fermiamo davanti a qualcuno in difficoltà: quello che abbiamo in testa in quel momento, il tipo di persona che siamo, o la situazione.

L’esperimento si è svolto in tre giorni, a metà dicembre del 1970. Agli studenti del Princeton Theological Seminary era stato detto che partecipavano a uno studio sulle vocazioni. Ognuno doveva preparare un discorso di tre-cinque minuti, senza appunti, da registrare. A caso, ad alcuni toccava un testo sui lavori in cui i seminaristi riescono meglio, ad altri la parabola del buon samaritano.

Poi l’assistente spiegava che nell’edificio c’era poco spazio e che la registrazione si faceva nell’edificio accanto, e disegnava la mappa su un cartoncino. A quel punto arrivava la variabile vera, la fretta, su tre livelli assegnati a caso:

  • Tanta fretta. L’assistente guardava l’orologio: «Oh, sei in ritardo. Ti aspettavano qualche minuto fa. Meglio muoversi. L’assistente dovrebbe già essere lì ad aspettarti, quindi è meglio che ti sbrighi.»
  • Fretta media. «L’assistente è pronto per te, quindi per favore vai subito.»
  • Poca fretta. «Ci vorrà qualche minuto prima che siano pronti per te, ma tanto vale che ti incammini.»

Lungo la strada, in un vicolo, c’era un uomo seduto e accasciato in un portone: testa bassa, occhi chiusi, immobile. Quando lo studente passava, tossiva due volte e gemeva.

Quanti si sono fermati ad aiutare?

Livello di frettaCosa gli avevano dettoHanno offerto aiuto
poca«tanto vale che ti incammini»63%
media«per favore vai subito»45%
tanta«sei in ritardo, è meglio che ti sbrighi»10%

In tutto si sono fatti avanti 16 studenti su 40. «Offrire aiuto» comprende anche l’aiuto indiretto, per esempio avvisare l’assistente dell’altro edificio senza fermarsi.

Due cautele, perché i numeri sono piccoli. Le persone erano 40, divise fra sei combinazioni di discorso e fretta. E per un errore nel sorteggio il gruppo con la fretta media era il più numeroso. Il paper non dice quante persone ci fossero in ciascun gruppo: per questo qui non trovi frasi come «una persona su dieci».

Contava andare a parlare proprio del buon samaritano?

Chi doveva parlare del buon samaritano ha aiutato un po’ più spesso (53% contro 29%), ma la differenza non è risultata significativa. Gli autori lo dicono in una frase: pensare al buon samaritano non ha aumentato l’aiuto, avere fretta l’ha ridotto. E aggiungono di essere sorpresi loro stessi: ricordare le regole dell’aiuto conta meno di quanto si aspettassero.

C’è un dettaglio che nel paper è scritto con un punto esclamativo: in più di un caso, uno studente che andava a parlare del buon samaritano ha letteralmente scavalcato la vittima per arrivare in tempo.

Nemmeno la religiosità, misurata con i questionari, prediceva chi si sarebbe fermato. Contava, semmai, per il modo in cui aiutava chi si fermava.

La fretta ci rende persone peggiori?

Nel video parto proprio da qui, da una provocazione: «Non hai mai tempo, hai sempre fretta, e questo ti rende una brutta persona». Ma gli autori arrivano a una conclusione diversa.

Dopo l’esperimento, nelle interviste, quasi tutti dicevano che, ripensandoci, quell’uomo poteva avere bisogno di aiuto. Sul momento, però, spesso non l’avevano messo a fuoco. Per alcuni la scena nel vicolo non era nemmeno diventata una scelta da fare; altri, invece, avevano deciso di non fermarsi. Gli autori parlano di un restringimento della «mappa cognitiva»: quando corriamo, vediamo meno di quello che ci sta intorno.

E c’è un altro punto: questi studenti correvano perché qualcuno contava su di loro, l’assistente che li aspettava. La loro frase è diventata famosa: conflitto, più che indifferenza. Non erano persone cattive. Come dico nel video, la loro attenzione era tutta concentrata sul compito.

E se nessuno ti aspetta? Lo studio del 1978

Cinque anni dopo, Batson e altri cinque colleghi hanno messo alla prova proprio questa spiegazione, con un altro esperimento: all’Università del Kansas, con 40 studenti universitari (non seminaristi) e senza nessun sermone. Dovevano andare in un altro edificio per uno studio sui computer, e sulle scale trovavano un ragazzo accasciato che tossiva e gemeva. Questa volta i ricercatori cambiavano due cose: la fretta, e quanto i dati di quello studente fossero importanti per chi li aspettava.

Senza frettaCon fretta
i suoi dati non erano importanti80%70%
qualcuno contava su di lui50%10%

Con la fretta, ma senza nessuno che contasse su di loro, si è fermato il 70%. La fretta, da sola, non spegneva l’aiuto: chi aveva fretta sceglieva chi aiutare. Gli autori lo scrivono così: a spiegare il mancato aiuto erano le richieste in conflitto, non l’indifferenza.

Cosa possiamo farne nella vita di tutti i giorni?

Questa è una cosa che capita un po’ a tutti noi. Spesso ci ritroviamo a correre, ad andare veloci, senza sapere nemmeno bene dove stiamo andando. E correndo restringiamo l’attenzione, fino a dimenticare quello che è più importante per noi.

Per questo, secondo me, a volte è davvero importante fermarsi un attimo ed essere consapevoli di dove stiamo correndo. Se vuoi un modo concreto per allenarti a farlo, la pratica guidata gratuita dura dieci minuti ed è pensata per chi non ha mai meditato.

Domande frequenti

Chi ha fatto l’esperimento del buon samaritano?

John Darley e C. Daniel Batson, psicologi dell’Università di Princeton. L’esperimento è stato condotto nel dicembre del 1970 e pubblicato nel 1973 sul Journal of Personality and Social Psychology.

Quante persone hanno partecipato?

I questionari li hanno compilati 67 studenti del seminario teologico di Princeton. Ne sono stati chiamati 47 per l’esperimento, e 40 sono entrati nelle analisi.

Tutti dovevano parlare del buon samaritano?

No, solo una parte. Gli altri dovevano parlare dei lavori in cui i seminaristi riescono meglio. Molti racconti divulgativi lo dimenticano, insieme ai tre livelli di fretta, che spesso diventano due.

L’esperimento dimostra che la fretta ci rende egoisti?

No. Dimostra che, con molta fretta, ci si ferma molto meno. Ma gli autori lo leggono come un conflitto tra due impegni, e lo studio del 1978 mostra che chi aveva fretta continuava ad aiutare, se nessuno lo stava aspettando.

Fonti

  1. Darley e Batson (1973), «From Jerusalem to Jericho»: A study of situational and dispositional variables in helping behavior, Journal of Personality and Social Psychology 27(1), 100-108
  2. Batson, Cochran, Biederman, Blosser, Ryan e Vogt (1978), Failure to help when in a hurry: callousness or conflict?, Personality and Social Psychology Bulletin 4(1), 97-101

Come nasce questo articolo. Il video lo registro io. L'articolo nasce dalle mie parole nel video ed è scritto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, partendo dalle mie note di studio e dalle fonti che raccolgo. Ogni numero è controllato sullo studio originale, e prima della pubblicazione lo rileggo e lo approvo io.

Alessio Mollica

Alessio Mollica
Ipnologo clinico e meditatore da più di 11 anni. Chi sono

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